Lo so che dovrei dormire. Lo so che venerdi ho un esame e dovrei andare a letto per poter studiare per poterlo passare per non avere rotture di coglioni da parte dei miei per non essere sempre la fallimentare della situazione per potermi godere il sabato sera per potermi ripulire un po' la coscienza del mio fancazzismo cronico. Prometto, tra poco vado a letto, ma ora devo prima sfogarmi un po'. Non so esattemente dove voglio arrivare, ma perlomeno sono certa di voler partire e tentare di prendere di petto questa situazione per me insostenibile. Forse vorrei solo essere quella che non sono stata a 15-16 anni, quando ero troppo impegnata con la scuola per godermi i miei scazzi adolescenziali, o forse il mio cervello è rimasto a quell'età, cresciuto troppo in fretta quando ancora non era tempo ed ora deciso a farsi i beati cazzi suoi imponendo il ritmo della vita al resto del corpo. Più mi guardo in giro e più ho paura. Poi ogni tanto, quando mi fermo a respirare, mi accorgo che intorno a me c'è qualche simile che mi comprende, occhio che ho detto simile, non gemello siamese. Qualcuno che con me condivide un "occhio pigro mirino sopra il mondo" (come suggeritomi da chi ben sa). Che non mi fa sentire un'aliena in mezzo agli uomini in nero. E' così strano che a ventidue anni si abbia ancora la voglia di divertirsi senza pensa al domani-al lavoro-agli scazzi-alla famiglia-al ragazzo-al marito-alla prole-alle belle figure-a chi ben pensa-a chi mal pensa... E' possibile voler racchiudere la propria filosofia in una frase breve ed incisiva, magari di una canzone, senza correre il rischio di sembrare la ragazzina-bavosa-idolatra-allocca-unpozoccoladentroeccazzivari? A volte pare di sì, per fortuna. E' così brutto provare ad essere ancora "liberi&puri"? So che il problema è mio, con la mia storia delle classificazioni, tuttoappostoalproprioposto, di dover dividere et imperare, ma a volte non capisco da quale parte sto della linea divisoria fra l'est della mia giovinezza e l'ovest del mio futuro (Kerouac docet).
In più oggi sono crollata nel patetico, commuovendomi di nuovo scorrendo le immagini di Torino. Non è facile far capire agli altri quello che provi, che non ami una città solo per cinque persone che si ascoltavi anche prima, più per diletto che per passione, e che, anzi, l'unica volta che ci sei stata non ci hai pensato neanche per un attimo, presa da altri pensieri che ormai non ti appartengono più ma che allora erano gran parte della tua vita e proprio da quei momenti, per una pura casualità, sono diventate parte di te, come se pur involontartiamente avessero le parole per raccontare le tue emozioni sotto quel cielo. Forse era destino, anche se non ci credo molto, doveva andare così. Quello che ai miei occhi sembrava amore era solo il filo conduttore verso qualcosa di ancora più grande. Ad ottobre sarò di nuovo li, visita fugace come al solito, un giorno e mezzo e poi di nuovo verso casa, con gli occhi lucidi per una parte di cuore che rimane a 800km di distanza. Ancora ricordo gli odori ed i colori di quella città, quando tutto era diverso e soprattutto IO ero diversa. Più stupida ed ingenua, forse migliore, sicuramente più fragile di ora. Ho paura che i giorni corrano veloci fino al fischio del treno e poi la magia sarà già quasi finita. Il bello del viaggio è l'attesa, una volta partiti è già finito, me lo ripeto sempre. Oggi più che mai. Attendo quel giorno come se fosse l'ultimo della mia vecchia vita ed il primo di qualcosa di nuovo. Come se tutto ad un tratto potesse rivivere (come mi suggerisce chi con una scusa mi ci sta riportando); sperando di chiudere i conti con un passato remoto, cancellando errori che non voglio più rifare. Per amore. Mio. Spero che le mie aspettative non siano così grandi, ho paura di rimanere delusa. Con gli occhi dell'amore tutto è rosa. Ora invece sono più realistici, magari pigri ma realistici. Come se si potesse essere realistici con chi si ama.















